Stili o diverse tecniche vocali?
L’evoluzione del canto e del fraseggio dall’Ottocento ai giorni nostri
Articolo scritto da Marco Chingari
Baritono lirico, attore, scrittore e giornalista
Tratto da Siing Magazine Vol. 21
In questo articolo Marco Chingari, baritono lirico, attore, scrittore e giornalista, ripercorre la storia dell’evoluzione tecnica e stilistica del canto lirico dall’Ottocento ai giorni nostri, interrogandosi su una questione centrale che dà il titolo al contributo: “Stili o diverse tecniche vocali? L’evoluzione del canto lirico e del fraseggio dall’Ottocento ai giorni nostri”.
Il percorso prende avvio con Enrico Caruso, primo cantante a incidere un disco, indicato come autentico spartiacque nella storia vocale: la sua voce scura, corposa e carnale segnò la rottura definitiva con la tradizione ottocentesca del falsettone e del canto di testa. Prima di lui, figure come il tenore Duprez avevano già introdotto il Do acuto a piena voce nel 1832, rivoluzionando le convenzioni dell’epoca e suscitando persino la perplessità di Rossini. Chingari analizza il confronto tra De Lucia e Caruso come emblema di due mondi contrapposti, e traccia poi la linea che, attraverso la scuola di Melocchi e Mario Del Monaco, ha portato al canto “d’affondo”: timbri bruniti, potenza fisica, acuti metallici.
Parallelamente, l’autore descrive la scuola opposta, quella solare e androgina incarnata da Beniamino Gigli, Giacomo Lauri Volpi, Franco Corelli e Giuseppe Di Stefano, fino al fraseggio voluttuoso di José Carreras e alla nitidezza di Luciano Pavarotti. Ogni voce viene letta non solo come fenomeno tecnico ma come espressione del proprio tempo storico e culturale.
Nella parte conclusiva, Chingari affronta il panorama contemporaneo con tono preoccupato: la tecnica vocale italiana tradizionale sembra cedere il passo a soluzioni ibride o imprecise, mentre il fenomeno della Pop Opera, con figure come Andrea Bocelli e Il Volo, ridisegna i confini del genere. L’autore osserva come i teatri stentino a valorizzare le grandi vocalità, e come la pressione dei social e dell’immagine rischi di produrre un canto lirico “visivo” piuttosto che “auditivo”, trasformando l’opera in un fast food vocale privo di radici.
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