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Elza Soares cantante brasiliana: vita e voce
Marzo 24, 2026

Giulio Carmassi: vita da polistrumentista

Tratto dall’articolo scrittoda Diana Winter Volume 5 – Siing Magazine In questo articolo Diana Winter, vocalist, chitarrista, songwriter ed educatrice, intervista Giulio Carmassi, compositore e polistrumentista […]

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Aprile 2, 2026

Tratto dall’articolo scritto
da Diana Winter

Volume 5 – Siing Magazine

In questo articolo Diana Winter, vocalist, chitarrista, songwriter ed educatrice, intervista Giulio Carmassi, compositore e polistrumentista italiano da tempo residente negli Stati Uniti, tracciando un ritratto artistico e pedagogico di grande profondità. Il testo, pubblicato nella rubrica “In Primo Piano” di Siing Magazine con il titolo “Vita da polistrumentista: Giulio Carmassi”, ripercorre il percorso formativo dell’artista e indaga il suo rapporto con la voce cantata, gli strumenti e i meccanismi cognitivi alla base dell’esecuzione multipla.

Giulio Carmassi racconta di aver iniziato con la batteria intorno ai nove anni, per poi avvicinarsi al pianoforte sotto la pressione paterna. La svolta decisiva arriva a undici anni, quando il suo insegnante di piano gli esegue “Someone to Watch Over Me” di Gershwin: folgorato dagli accordi ricchi di tensioni armoniche, abbandona lo sport per dedicarsi interamente alla musica. A quattordici anni suona già piano, basso, tromba e batteria; a sedici aggiunge il sassofono. La sua carriera lo porta a far parte del Pat Metheny Unity Group nel 2013, con cui realizza due dischi e un world tour in 42 paesi, per poi trasferirsi a Los Angeles dove si afferma come compositore per cinema, televisione e pubblicità.

Il tema del canto occupa una posizione centrale nell’intervista. Giulio Carmassi descrive la voce come il percorso più lungo e accidentato della sua formazione: un processo durato vent’anni, costellato di tensioni fisiche, blocchi e inibizioni. A sedici anni la contrazione muscolare nel collo era tale da compromettergli persino l’uso delle mani, costringendolo a smettere di suonare per un anno intero. La Tecnica Alexander viene indicata come lo strumento fondamentale della sua liberazione vocale, permettendogli di ricostruire il rapporto con il corpo e di imparare a fare di più con meno energia. Significativo l’episodio del docente milanese che lo aveva scoraggiato dicendogli di non avere alcuna attitudine per il canto: quattordici anni dopo, Carmassi cantava dal vivo davanti a migliaia di persone insieme a Pat Metheny.

Sul piano compositivo, Giulio Carmassi descrive la voce come un ingrediente in cucina: non necessariamente il piatto principale, ma un elemento prezioso da usare dove necessario. Quando il testo è presente, è il testo a dettare le regole, e la voce deve saper restare trasparente rispetto al significato delle parole. Quando invece la voce è trattata come uno strumento, diventa semplicemente un timbro da gestire come gli altri, cercando complementarità con il colore degli strumenti circostanti.

Tra tutti gli strumenti che pratica, Carmassi indica la tromba come quello più affine alla voce: entrambi richiedono una totale consapevolezza dei processi interni del respiro, ed entrambi sono impossibili da suonare in presenza di tensione. Questa vicinanza tra i due strumenti costituisce per lui una via privilegiata di comprensione della vocalità.

L’intervista si sofferma estesamente sulle strategie per cantare e suonare contemporaneamente. Carmassi propone un approccio fondato sul rallentamento, sulla ripetizione per sezioni elementari e sulla progressiva automatizzazione delle singole parti, finché ciascuna non diventi del tutto inconscia. Il modello cognitivo che descrive è quello della guida in automobile: una volta interiorizzati tutti gli elementi, la mente smette di controllarli consapevolmente e la musica fluisce come un linguaggio colloquiale. Raccomanda come riferimento metodologico il libro “The New Breed” di Gary Chester, metodo per la batteria che allena l’indipendenza degli arti attraverso la lettura ritmica con un solo arto mentre gli altri mantengono un pattern costante, un principio applicabile a qualsiasi combinazione di strumenti.

La chiave cognitiva che individua per coordinare più strumenti è duplice: rilassamento totale del corpo e piena padronanza di ciascuno strumento preso singolarmente. Finché un elemento non è eseguibile senza sforzo e senza incertezza, non ha senso tentare la combinazione. Nella dimensione dell’accompagnamento, aggiunge, è utile pensare alla voce e allo strumento come a un dialogo di botta e risposta, valorizzando gli spazi tra le note vocali per inserire accenti e frasi strumentali.

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