voce

La voce e il canto: i primi trattati sulla didattica

Cantare e “saper vivere” ovvero pensare con la voce, come gli antichi cantori
articolo scritto da Tullio Visioli

Il Canto esige l’applicazione con tanto rigore, che a viva forza obbliga di studiar con la mente, quando non si può con la voce
Pier Francesco Tosi

L’indagine e la conoscenza degli antichi trattati di canto e dei documenti coevi (letteratura, materiale iconografico, letteratura musicale) si presenta come un’avventura di grande fascino e, al tempo stesso, come una sfida avvincente che ci introduce alla comprensione di testi che, per esplicita ammissione degli stessi autori, «non servono a cantanti (per lo più) che a non errare, poiché ognuno sa che la stampa è incapace di ridurli in atto».

In altre parole, gli autori si rendevano perfettamente conto di non disporre di mezzi per memorizzare, registrare e riprodurre a piacere gli eventi sonori e che l’arte musicale presentava difficoltà molto particolari, perché «i Poeti, gli Scultori, gli Architetti e gli stessi compositori di Musica prima di esporre le loro opere in pubblico hanno tutto quel tempo che basta per emendarle e ripulirle, ma per Cantore che falla non v’è più rimedio, l’errore è incorreggibile».

Prima di affrontare un testo o un documento specifico, ci sono alcune cose da osservare in merito al canto, al percorso di studi relativo allo ‘strumento voce’ e agli ambienti e alla cultura del tempo. Per ora, ci limiteremo a parlare di un periodo che va dall’inizio del barocco musicale (1600) fino oltre la metà del 1700. È la voce a fare da padrona nei confronti di tutti gli strumenti e, un po’ di tempo prima, in un trattato destinato alla pratica del flauto dolce, Silvestro Ganassi così si esprime:

«Voi avete a sapere come tutti li instrumenti musicali sono rispetto e comparatione alla voce umana mancho degni per tanto noi si afforzaremo da quella imparare e imitarla […] Il maestro tuo [del flautista] sarà el suficiente e perito cantore»

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